L’attore

L’attore alla ricerca del suo corpo

Capitai, per un laboratorio teatrale, in una classe di una quindicina di alunni, una quarta elementare.
Fra i bambini, ce ne era uno che si faceva notare per varie caratteristiche, nessuna delle quali positiva: socializzava poco, andava poco d’accordo con gli altri ed era un vero attaccabrighe; fra i compagni aveva la fama di duro.
I duri, però, ti guardano dritto negli occhi; Josè invece no, non ti guardava negli occhi, li teneva bassi. Era cupo, non rideva, sembrava non divertirsi mai anche se, a tratti, mi pareva che facesse sforzi immani per rimanere serio, per mostrare disinteresse e distanza, per dissimulare, per mascherare.
Una volta a settimana, io andavo in quella classe e, sistemati i banchi lungo le pareti, proponevo i miei giochi teatrali fatti di movimenti, ritmi, grida, silenzi…
Uno di questi giochi ci portò a giocare con una corda: bisognava, a turno, far roteare la corda nell’aria, sopra la testa, correndo per lo spazio della classe compiendo tre giri (così prevedeva un “copione” scelto dalla classe).
I bambini, a turno, si lanciavano in una pazza corsa scomposta divertendosi molto, continuando a correre anche oltre il previsto, urlando di gioia.
Arrivò il turno di Josè.
Partì. Correva, agitava la corda, faceva, insomma, come gli altri però manteneva gli occhi bassi e il volto serio.
Primo giro… secondo giro…
“Stop” dissi io – “Riparti da capo ma questa volta corri più forte e fai girare la corda più velocemente!”.
Josè ripartì, un po’ svogliato, ma corse più forte librando la corda velocissima nell’aria.

Primo giro: volto serio ed occhi bassi; secondo giro: volto ancor più serio (nonostante lo sforzo) e occhi bassi. Riusciva a correre più veloce di tutti i suoi predecessori, pur mantenendo gli occhi puntati sul pavimento vicino ai suoi piedi.
Stava per compiere il suo terzo giro.
“Stop” intervenni di nuovo, “Sei stato bravo. Ora, da capo, ma questa volta fortissimo!”.
Josè ripartì. Faceva di tutto per mostrarsi poco interessato, ma la sfida lo stimolava.
Ripartì, veloce, serio, il volto contratto.
Primo giro -“più forte” dissi io -più forte”. Josè, per quanto possibile, aumentava la velocità, sotto lo sguardo sempre più preoccupato della maestra che lo vedeva già schiantarsi contro il termosifone.
Secondo giro: “Guarda la corda che gira!” gridai io – “Tieni gli occhi fissi sulla corda!”.
Terzo giro: al massimo dello sforzo Josè, correndo, alzò gli occhi da terra e li piantò sulla corda, in alto sulla sua testa e, quel che accadde dopo, mi sembrò una magia: rideva! Josè rideva! Alzare gli occhi in alto e cominciare a ridere fu, per Josè, una sola cosa. Rideva, rideva e correva, rideva per aver guardato altrove. Josè si era ripreso gli occhi, le palpebre, le ciglia, le pupille:Josè si era ripreso lo sguardo e, perciò, rideva!

Per un po’, forse per tutto il resto della mattinata, giocò, recitò, finse, indossò maschere di carta che (ecco la novità!) poteva togliere e mettere a suo piacimento… perché lui era lì, perché lui quel giorno c’era, era presente, non stava guardando altrove, in fondo al suo dolore, e perciò poteva svolgere dei compiti, entrare in relazione, comunicare.

Non fu un obiettivo prefissato e poi raggiunto; fu un regalo del “giocare”, un regalo di quelli che l’attività teatrale non lesina e che, con i piccoli, sono più visibili, sembrano più grandi.

***
La pratica teatrale di regali ne fa tanti ma ad un patto: non giocare per catechizzare” né per “insegnare” né per “redimere, né per guarire: giocare per giocare.

***

La pratica teatrale è una attività dell’uomo, il quale prova, certo, emozioni. Quest’ultime riguardano una sfera privata e soggettiva che dobbiamo scegliere di non renderle oggetto di questi nostri ragionamenti sul teatro; non perché le emozioni degli altri non ci tocchino ma semmai proprio per il motivo contrario. Lo sforzo, cioè, è di tenerle a bada, per non essere superficiali. Lasciamo agli psichiatri e agli psicologi il loro lavoro. Noi teatranti abbiamo altro da fare: montare, smontare e rimontare di nuovo i pezzi della nostra energia, dei movimenti visibili e intangibili, delle componenti della nostra espressività; non alla ricerca delle emozioni – che pure intimamente osserviamo(!) – ma del nostro corpo.

Lo spettatore

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