Lo spettatore

 

Capita a tutti di intercettare i commenti degli altri alla fine di uno spettacolo, sentire quel ventaglio di valutazioni che volano nell’aria all’uscita.
Si crea una macedonia di parole che (se è vero che il pubblico è importante tanto quanto gli attori), è l’unica vera recensione possibile.

Mi piace rubare all’aria questi pareri, mi piace ascoltare cosa dicono, come lo dicono, che parole usano e guardare che espressione hanno sul volto, quando parlano dello spettacolo.
Praticando questo sport, più d’una volta, dopo spettacoli particolarmente impegnativi per il pubblico, ho sentito dire, da qualche annoiato spettatore: “Io il teatro non lo capisco”, oppure “A me il teatro non piace”.
Non ho mai sentito dire la stessa cosa all’uscita dal cinema, anche dopo film particolarmente affaticanti. Al cinema ho sentito dire, semmai “Io questo film non l’ho capito”, oppure “Questo film non mi piace”.
Lo spettatore cinematografico (che ho intercettato io), deluso ed annoiato, scaricava la sua irritazione apertamente, riferendosi a quel film, a quel caso particolare.
Nell’altro caso, invece, lo spettatore teatrale gettava la spugna del suo orgoglio e dichiarava di essere lui imperfetto, di essere lui in torto, di essere lui lontano da quel mondo

“Io il teatro non lo capisco”
“A me il teatro non piace”.

Non scaricava al di fuori il suo disagio, non stimolava un dibattito, quasi non si arrabbiava nemmeno di aver sprecato tempo e soldi; avvicinatosi, per scelta o incidente, al mondo del teatro, ne veniva ricacciato indietro addirittura con la sua autostima intaccata; non è andato via, questo tizio, con la curiosità di tornare per capire, ma con la sicurezza di essere stato in un posto che non fa per lui e dove non ritornerà.Me lo immagino allontanarsi nel freddo della mia città ferita, avvolto in quel cappotto elegante, che non scalda e che perciò è ancora nuovo, fumando avidamente una sigaretta per disperdere nel fumo la noia accumulata.

Chissà chi è.
Non sappiamo nulla di lui. O quasi.
Sappiamo che è’ una persona che non spingerà i suoi figli a frequentare il teatro. Certo, lui non ce li porterà. Li porterà al cinema, la prossima domenica, oppure allo stadio, semmai al centro commerciale, lui che magari è contrario al consumismo sfrenato.

Capire viene da “capere” che vuol dire “prendere, o “catturare” ed ha un ventaglio di significati fra cui: “Intendere, afferrare, comprendere con la mente, ma anche “considerare con simpatia ed indulgenza, e ” scusare, giustificare”, (“Ti capisco!”) e poi viene usato per ” essere intelligente “, (“Uno che capisce”) e come riflessivo “Intendersi, trovarsi d’accordo”.

Il nostro ex spettatore teatrale, dunque, “non afferra”, “non considera con simpatia”, “non giustifica”, “non si trova d’accordo” con il teatro.

 

Smettiamo di seguirlo: torniamo indietro, lì dove c’è ancora un gruppetto di spettatori che è fermo a chiacchierare: fra loro, ci sono magari delle signore eleganti e dei signori con la macchina nera; non stanno parlando dello spettacolo. Hanno tutti l’abbonamento, in quel gruppo. Lo fanno ogni anno da anni. E da anni, alla fine degli spettacoli, parlano d’altro.
Dalle luci accese si capisce che dentro il teatro c’è ancora gente: le maschere, che stanno per andar via, i tecnici che invece ne hanno ancora per molto… e ci sono ancora gli attori. Essi, se, per ventura, quando escono, si imbattono nel gruppo degli elegantissimi, ne traggono elogi e complimenti – ottimo aperitivo, prima di andare al ristorante. E poco più.

Teatro a scuola

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